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Organismi partecipati, si allenta la stretta della spending review

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L’incerto scenario dei rapporti istituzionali tra Enti locali ed Enti strumentali è ridisegnato nelle poche righe dell’articolo 49 del decreto legge 69/2013

 

norme-e-tributi-slideL’incerto scenario dei rapporti istituzionali tra Enti locali e organismi partecipati è ridisegnato nelle poche righe dell’articolo 49 del decreto legge 21 giugno 2013 n. 69, che rubricato sotto il titolo “proroga e differimento termini in materia di spending review”, modifica gli articoli 4 e 9 del Dl 95/2012 (convertito dalla legge 7 agosto 2012 n. 135). Aumenta, infatti, il tempo a disposizione degli Enti per assolvere all’obbligo di dismissione delle società strumentali mediante alienazione delle partecipazioni ivi detenute, con procedure di evidenza pubblica, in quanto il termine entro cui vanno fatte le gare slitta dal 30 giugno al 31 dicembre 2013. In corrispondenza del rinvio, poi, è differito il termine – dal 1° gennaio 2014 al 1° luglio 2014 – a decorrere dal quale gli Enti dovranno provvedere alla contestuale riassegnazione dei servizi per 5 anni, non rinnovabili (articolo 4, primo comma, lettera b) del Dl 95/2012).

Resta fermo al 31 dicembre 2013, invece, il termine entro cui dovranno essere sciolte le società, ove gli Enti locali, anziché mettere in vendita relative quote, decidano di attivare la procedura di liquidazione, potendosi in tal caso avvalere di specifiche agevolazioni fiscali (articolo 4, primo comma, lettera a) del Dl 95/2012).

Le società strumentali

Per inquadrare meglio l’ambito normativo è utile ricordare che le società strumentali si riconoscono per alcuni tratti distintivi ormai consolidati:

a) possono operare esclusivamente con gli Enti costituenti o partecipanti o affidanti;
b) non possono svolgere prestazioni a favore di altri soggetti pubblici o privati, né in affidamento diretto, né con gara;
c) non possono partecipare ad altre società o enti;
d) devono perseguire un oggetto sociale esclusivo.

romangia-servizi-slidePer questo genere di società partecipate, l’articolo 4 della spending review ha fatto ingresso nell’ordinamento come un fulmine a ciel sereno, imponendo obblighi di rilievo a carico degli Enti territoriali. Tale disposizione, infatti, intitolata “riduzione di spese, messa in liquidazione e privatizzazione di società pubbliche”, ha sancito l’obbligo per gli Enti di chiudere le società controllate direttamente o indirettamente, che abbiano conseguito nell’anno 2011 un fatturato da prestazione di servizi a favore delle pubbliche amministrazioni superiore al 90% dell’intero fatturato.

Meno rigore

Nell’iter di conversione in legge, però, il rigore dell’articolo 4 è stato attenuato in ragione della fitta schiera di casi nei confronti dei quali l’obbligo di dismissione non trova applicazione, per cui ora ne vanno esenti alcuni tipologie di società:
a) le società che svolgono servizi di interesse generale (alias: servizi pubblici locali) aventi o no rilevanza economica;
b) le società che svolgono compiti di centrali di committenza;
c) le società Consip e Sogei;
d) le società finanziarie partecipate dalle Regioni;
e) le società (da individuarsi con Dpcm) preposte alla tutela della riservatezza e della sicurezza dei dati, nonché quelle tese a incrementare l’efficacia dei controlli sull’erogazione degli aiuti comunitari del settore agricolo.

Come se tutto ciò non bastasse, l’articolo 4, comma 3, poi, dispone che l’obbligo della messa in liquidazione della società non si applica “qualora, per le peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto, anche territoriale, di riferimento con sia possibile per l’amministrazione pubblica controllante un efficace e utile ricorso al mercato”Il rinvio “tecnico” di sei mesi per l’espletamento delle gare afferenti la vendita delle società, dunque, fa la sua comparsa come un ulteriore segno di esitazione, da parte del Legislatore, nel dare corso a decisioni quanto mai drastiche, mosse dall’esigenza di tagliare i costi della spesa pubblica e suscettibili di cambiare in profondità la geografia dei rapporti istituzionali sul territorio.

Una dismissione generalizzata delle società strumentali, da attuarsi nel contesto della pesante crisi economica in atto, rischia non soltanto di compromettere la continuità di servizi pubblici essenziali al territorio, ma anche di creare migliaia e migliaia di nuovi disoccupati, aggravando ulteriormente la sofferenza che affligge il mondo del lavoro.

Il declino delle società strumentali

L’articolo 49 del Dl 69/2013 interviene anche sull’articolo 9 del Dl 95/2012, ossia sulla disposizione che ha trasformato gli organismi strumentali degli Enti in una realtà gestionale destinata al sicuro declino. Il primo comma ha previsto l’obbligo per le amministrazioni di sopprimere o accorpare enti, agenzie e organismi di qualsiasi natura giuridica, che esercitano:
a) le funzioni fondamentali elencate dall’articolo 117, comma secondo, lettera p), della Costituzione;
b) le funzioni amministrative spettanti a Comuni, Province e Città metropolitane, in base all’articolo 118 della Costituzione.

Il processo di riordino a livello locale punta ad assicurare il coordinamento degli obiettivi di finanza pubblica mediante un contenimento della spesa, che dovrà tradursi nella riduzione dei relativi oneri finanziari in misura non inferiore al 20%, ancorché, secondo quanto previsto dal comma 1-bis dello stesso articolo, siffatto intervento di razionalizzazione amministrativa non dovrebbe estendersi alle aziende speciali, agli enti e alle istituzioni che gestiscono servizi socio-assistenziali, educativi e culturali.

L’attuazione di questa colossale opera di riordino è stata demandata a un apposito accordo da formalizzarsi in sede di Conferenza unificata, che avrebbe dovuto provvedere alla complessiva ricognizione degli enti e organismi da sopprimere o accorpare, nonché all’individuazione dei criteri e della tempistica per l’attuazione del dell’articolo “sulla base del principio di leale collaborazione”. Il divieto di istituire nuovi organismi “di qualsiasi natura giuridica” presente nel comma 6, invece, è stato efficace e operante sin dal primo momento.

Soppressione rimasta sulla carta

In tale contesto, l’articolo 9, comma 4 ha stabilito che “se, decorsi nove mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto (cioè al 6 aprile 2013), le Regioni, le Province e i Comuni non hanno dato attuazione a quanto disposto dal comma 1, gli enti, le agenzie e gli organismi indicati dalla norma sono soppressi. Sono nulli gli atti successivamente adottati dai medesimi”. L’inflessibile rigore di questo disposto, però, è rimasto sulla carta, perché il riordino in programma e la soppressione degli organismi da eliminare sono misure rimaste inattuate. L’articolo 49 del Dl 69/2013, perciò, si preoccupa di chiarire che gli atti posti in essere dagli organismi strumentali non soppressi dopo il termine vanamente decorso del 6 aprile 2013 non sono nulli, ma conservano la loro validità. Inoltre, il termine per la razionalizzazione degli organismi è rinviato al 31 dicembre 2013, tuttavia senza più prevedere la sanzione della nullità, per gli atti che dovessero essere emanati dopo tale scadenza.

Il calo di tensione che, con queste modifiche mirate, subisce il testo della disposizione novellata non può che costituire un serio motivo di riflessione. Per inconfessate ragioni non connesse né all’esercizio della res publica, né ai nobili interessi che quest’ultima evoca, nel panorama politico-amministrativo del nostro Paese ha spesso sopravvento il paradossale principio per cui “tutto si crea e nulla si distrugge”. Risulta più gradito e “politicamente corretto”, in altre parole, costituire ex novo una società pubblica, anziché chiuderla quando non sia più utile al perseguimento delle relative finalità istituzionali.

D’altro canto, anche su scala nazionale l’esperienza è maestra di quanto sia difficile mettere in liquidazione e sciogliere gli enti inutili, a dispetto dei vari proclami (l’ultimo dei quali sancito con l’articolo 2, comma 634, della legge 244/2007), che attestano come tra il dire e il fare ci sia sempre di mezzo il mare.  E se tante difficoltà s’incontrano nel tagliare i rami secchi a livello della pubblica amministrazione centrale, si può intuire come non sia facile eliminare le sacche d’inefficienza, allorché queste si ripercuotono, come a cerchi concentrici, nell’ambito periferico delle autonomie locali.