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Mali culturali. Gli Uffizi licenziano l’archeologo

dal Sole 24 Ore del 06/09/2015, articolo di Paolo Liverani

Ha destato molte polemiche la pubblicazione dei nomi dei nuovi direttori di 20 musei o poli museali scelti dal ministro Franceschini. Non è utile ripetere qui quel che è stato detto a proposito, ma forse si può ricordare almeno che la scelta di partire dalla nomina dei direttori piuttosto che da riforme strutturali è stata criticata perché si è incominciato dal tetto invece che dalle fondamenta. Giuliano Volpe, Presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali e paesaggistici, l’ha invece difesa sul suo blog proseguendo la metafora architettonica e argomentando che «i nuovi direttori sono un po’ gli architetti delle nuove costruzioni museali» in modo che con il loro parere «si potrà cominciare a metter insieme la squadra dei muratori e a costruire in sequenza muri, tetto e arredi».

Il Ministero si è però incaricato di smentire questa benevola interpretazione senza annunci e comunicati stampa, ma con la forza silenziosa e brutale dei fatti. È stato già ridefinito l’organico dei musei senza alcun riguardo per le opinioni dei neodirettori, che ancora non hanno ricevuto la nomina e tantomeno hanno preso servizio. Il caso eclatante è la scomparsa dell’archeologo dall’organico della Galleria degli Uffizi, nonché dai poli di Modena e di Mantova.

Rimaniamo a Firenze perché il discorso è accessibile a tutti, in quanto tutti hanno visitato almeno una volta in gita scolastica gli Uffizi. O meglio, mi correggo: tutti tranne qualche solerte riformatore ministeriale. Che il luminoso loggiato che corre sui tre lati degli Uffizi sia popolato di statue romane appare evidente a qualsiasi turista giapponese appena passato il controllo biglietti e non si tratta di statue dappoco. Sono opere presenti in tutti i manuali di arte greco-romana: il Marsia appeso e lo Scita, l’unica replica completa di uno dei più famosi gruppi ellenistici presente nella collezione Medici dal ‘500, la Venere Medici al centro della Tribuna, uno dei must del Grand Tour e modello per tutta la museografia europea, la sala dei Niobidi, l’eccezionale gruppo ellenistico recentemente restaurato e riallestito. Tutta la collezione fu illustrata nel poderoso catalogo in due volumi del Mansuelli e – per chi non lo avesse a mano – i pezzi principali sono accessibili sul sito web degli Uffizi. Forse il turista giapponese non lo sa (e di certo lo ignora il riformatore ministeriale), ma gli Uffizi sono nati nel ‘700 come galleria di scultura e solo in seguito la fama della pinacoteca ha superato tutto il resto.

L’archeologo degli Uffizi, inoltre, ha competenza sulle sculture di Palazzo Pitti – si pensi al gruppo di Ercole e Anteo dono ai Medici di Pio V dalle collezioni vaticane – e a quelle del giardino di Boboli, che annoverano tra l’altro i Prigionieri Daci traianei, le copie dell’Eros che incorda l’arco di Lisippo, la replica dell’Aristogitone, uno dei Tirannicidi, il monumento simbolo della democrazia ateniese. Una collezione ricchissima e complessa al cui catalogo lavora da anni l’università di Firenze. Se vogliamo fare una brutale quantificazione si tratta in totale di circa 1200 sculture, una raccolta straordinaria, seconda sola a quelle ospitate dai musei romani e comparabile forse solo con quella del museo Nazionale di Napoli.

Bene: tutto questo patrimonio da domani non avrà nessuno che ne curi l’allestimento, ne programmi e diriga i restauri, ne valuti gli eventuali prestiti, ne segua la didattica e – parola magica – la valorizzazione, segua e promuova la ricerca (le analisi sulla policromia dei Niobidi, il progetto Goldunveiled, il convegno internazionale previsto a novembre sulla policromia antica e tante altre iniziative). Un modo per azzoppare Eike Schmiedt – il neodirettore – prima ancora che entri in servizio. Forse ci si doveva sbrigare a minare le fondamenta prima che arrivasse l’architetto a dire la sua?


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